domenica 28 agosto 2011

Lettera di Sonia Tsevrenis

Pubblichiamo qui di seguito la lettera di Sonia Tsevrenis, che contribuisce ad arricchire la riflessione sulla crisi economica e sulla manovra finanziaria, anche in vista dell'imminente incontro con la CGIL.

La CGIL invita il nostro gruppo a un incontro prima dello sciopero del 6 settembre.
In quest’estate impazzita abbiamo letto e udito dal governo le proposte più indecenti, tutte tese a colpire le persone che già pagano a caro prezzo il peso di questa crisi demenziale. Naturalmente si sprecano le proposte che prendono di mira le donne e la loro vita.
A questo proposito, penso che se le donne del 13 febbraio si presentano al tavolo della CGIL dovrebbero per lo meno avere non dico una loro piattaforma ma una chiarezza su alcuni punti che ci sono specifici e che vengono menzionati da Michela Pereira e Albalisa nella loro mail.
Ci si potrebbe scambiare velocemente dei pareri su quali di questi punti insistere? Non dimentichiamo che nonostante abbia eletto una donna al suo vertice, la CGIL resta un’istituzione molto maschile e non so quanto peso vi abbia il parere delle donne. E’ possibile che questo nostro gruppo possa instaurare un rapporto fruttuoso con una rappresentanza di sindacaliste per portare avanti una battaglia sulle nostre richieste condivise?
Intanto le proposte del governo.
1) Aumentare l’età pensionabile fino a 67 anni, inaccettabile se si pensa al doppio lavoro dentro e fuori casa fatto dalle donne.
2) Cancellazione della reversibilità della pensione, un’ulteriore attacco alle donne anziane, nel momento di massima fragilità fisica e psichica, che non hanno mai avuto un reddito non ‘perché non hanno mai lavorato’ come dice quel delinquente di Calderoli, ma perché non hanno trovato lavoro, perché la mentalità maschile arretrata di questo paese le ha relegate in casa, nel lavoro di cura che non conosce né età pensionabile né fine se non con la morte. Da respingere con tutte le nostre forze.
3) Dimissioni in bianco fatte firmare a giovani donne in vista di una possibile maternità. Questo merita una battaglia totale.
4) Una qualche forma di tutela maternità per le donne che hanno contratti a termine. Necessaria in un paese di vecchi come il nostro,
5) Una battaglia per la costruzione di nuovi asili nido, o di altre forme di aiuto alla donna lavoratrice (in Francia e in Germania esistono varie forme di aiuto tipo la tagesmutter, letteralmente la mamma di giorno, cioè piccole strutture famigliari di donne che mettono a disposizione la loro casa con tutti i crismi della legalità e del controllo sanitario per ospitare dei bambini, non più di cinque, per un determinato numero di ore durante la giornata; esistono anche strutture per il tempo libero per i più grandi, dove fanno sport, giocano insieme: da noi al di fuori dell’oratorio che cosa c’è?)
6) Una qualche forma di pensione (che non sia quella sociale di 450 euro) alle donne che tutta la vita hanno fatto il lavoro di cura e che ora si accollano tutto il peso del welfare carente del nostro paese: cura dei nipotini, cura dei genitori anziani e malati: Sembra una richiesta impossibile, a me pare sacrosanta.
7) Ci sono donne immigrate nel nostro paese che sembrano a loro volta nel ‘problema’ femminile un sotto problema in quanto straniere, trattato a parte. Le femministe non se ne sono molto occupate, forse dovremmo smettere di pensare che sono un ‘problema’ specifico dell’immigrazione ma piuttosto un delle tante facce dello sfruttamento femminile.
8) Esiste nel sindacato la pratica delle quote rosa? Metà uomini e metà donne? Se no, sarebbe il momento di rivendicarle!
Tralascio altre questioni sulla condizione delle donne che dovremmo davvero affrontare, ma questa del reddito che consente alle donne di vivere e sopravvivere senza dipendere da un uomo o dalla famiglia mi sembra di grande urgenza.
Sono spunti buttati lì, spero che ne potremo parlare. Sonia T


sabato 27 agosto 2011

Lettera di Michela Pereira


Di seguito trovate quanto scritto da Michela Pereira. Ciò che scrive Michela a proposito delle pensioni di reversibilità, ma, aggiungo io, la questione delle dimissioni in bianco, quella dei congedi di paternità obbligatoria e non ultima quella dei 4 miliardi ottenuti dall'innalzamento dell'età pensionabile delle donne e destinati (????) ai servizi " di cura", dovrebbero fare ESPLICITAMENTE parte delle proposte per UN'ALTRA MANOVRA POSSIBILE.
Finisco con una raccomandazione ed una richiesta a Michela, straordinaria "socia corrispondente: non ci abbandonare, se proprio la distanza geografica non sarà sempre colmabile, contiamo di averti con noi grazie alla rete, continuando a condividere forme e contenuti del nostro reciproco impegno. Un forte abbraccio da tutte noi, Albalisa


Cara Albalisa e care tutte
una piccola considerazione da 'socia
corrispondente' (!).  Sento e leggo sui giornali che una delle misure
in cantiere per la manovra finanziaria sarebbe decurtare, tanto o poco
non mi sembra significativo, le pensioni di reversibilità perché,
secondo i nostri ineffabili governanti, le prendono persone 'che non
hanno mai lavorato'.  Penso alle tante vedove che hanno svolto per
tutta la vita il lavoro di riproduzione e di cura definito una volta
'atta a casa' (così aveva scritto sulla carta d'identità la mia nonna,
che in verità, per intelligenza e doti di carattere, sarebbe stata
'atta' a molte altre cose) e poi, più modernamente?, casalinga.  Non
abbiamo una parola da spendere su questo? Ricordando che queste donne
'che non hanno mai lavorato' hanno permesso, con un lavoro un tempo
molto più duro di oggi di governo della casa, pulizia, accudimento
figli, malati ecc., la piena operatività di uomini che andavano  in
fabbrica o facevano comunque 'lavori' riconosciuti tali.

Quanto alla
'socia corrispondente': non sarò più tanto spesso a Siena, perciò
diventa sempre più improbabile che possa partecipare anche
saltuariamente agli incontri.  Ma il modo come state portando avanti il
lavoro mi convince, mi fa piacere ricevere gli aggiornamenti, e se ho
qualcosa da dire o suggerire lo farei volentieri restando in contatto
con voi.

Un abbraccio e buona ripresa a tutte

Michela



Il treno delle donne per la Costituzione


"Treno delle Donne per salvare la Costituzione”

Il 24 settembre manifestazione a Roma per circondare il Parlamento


Roma, 24 agosto – Un treno carico di donne provenienti dal nord d’Italia, e l’altro partito dalla Sicilia si congiungeranno a Roma il 24 settembre per manifestare in Difesa della Costituzione repubblicana circondando il Parlamento.
Davanti alla proposta di Legge, presentata di recente alla Camera, per modificare l’Articolo 1 della Costituzione, le Donne della società civile si sono immediatamente mobilitate in un’ iniziativa, che ha trovato la pronta adesione di numerose associazioni e gruppi organizzati (dalla Rete Viola all’Onerpo, dal Forum Ambientalista all’Aidos, dall’Udi all’Arcidonna, dai Centri Antiviolenza all’Associazione per la Democrazia Costituzionale).

Giungeranno a Roma le cittadine e i cittadini di questo Paese che condividono l’obiettivo di questa battaglia in difesa di valori irrinunciabili per ogni essere umano, unendo in un unico “Treno per la Costituzione” le donne d’ Italia, per ribadire così, in modo tangibile, la volontà di agire a tutti i livelli, per un'Italia unita, democratica, repubblicana, che trovi nelle donne la forza viva, creativa e propositiva per un concreto e ormai inderogabile cambiamento.
Un cambiamento che deve partire proprio dall’attuazione totale della prima parte dall’articolo 1 della Costituzione che afferma che “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, per far sì che tanti giovani disoccupati siano messi in grado di concorrere alla vita della società e di dare il loro migliore contributo, e dalla reale applicazione degli articoli 41 sull’iniziativa privata che non contrasti con il bene sociale, il 51 sulle pari opportunità, e l’articolo 11 sul ripudio della guerra.
Per questo, oltre a stringere il Parlamento in un cerchio umano a difesa dei fondamenti costituzionali, le Donne si recheranno al Quirinale, sede del Capo dello Stato, istituzione massima che per legge deve garantire il rispetto della Costituzione e la sua inviolabilità.
La manifestazione proseguirà con la partecipazione alla Marcia per la Pace di Assisi del giorno dopo, il 25 settembre.

Nella Toscano per Il Comitato promotore


sabato 6 agosto 2011

Lettera aperta

Questa lettera ci è stata inviata in data odierna dal Comitato Promotore Se Non Ora Quando

Lettera aperta

In questo periodo di gravissima difficoltà sentiamo la responsabilità di rivolgerci a tutti coloro che ricoprono funzioni istituzionali, in ogni ambito della vita sociale, politica, culturale, religiosa del nostro paese.
L’Italia ha un drammatico bisogno di un grande sforzo collettivo che riesca a trarla fuori dallo stato di crescente fragilità internazionale e di crisi istituzionale e politica che la blocca.
Il movimento SeNonOraQuando è nato per difendere e riaffermare la dignità delle donne, ma si è consolidato, ampliato, diffuso perché abbiamo collegato la penosa condizione delle donne italiane al generale declino del paese. Abbiamo detto che l’Italia non è un paese per donne perché non è stato riformato lo stato sociale, non lo si è reso produttivo.
Nessuno dei governi e delle coalizioni governative che in questi due ultimi decenni si sono succeduti ha saputo o voluto adeguarlo alle straordinarie trasformazioni che hanno visto le donne protagoniste, ostacolando così significativamente un loro pieno accesso al mondo del lavoro. Come tutte le statistiche ci raccontano, le italiane vivono assai male e non godono pienamente dei diritti di cittadinanza, perché in Italia non è stato attivato uno dei motori che altrove in Europa ha reso possibile la ripresa della crescita.
Ora è tutto il paese che ne sta pagando duramente le conseguenze.
Cambiare lo stato sociale e fare dell’Italia un paese vivibile anche per le donne è un’urgenza civile ed economica, di cui per fortuna sta crescendo la consapevolezza, come testimonia tra l’altro l’ultima relazione annuale del governatore della Banca d’Italia. Ma per farlo occorre una convergenza di intenti fuori dall’ordinario, uno sforzo comune per superare resistenze corporative, miopie di parte e vischiosità di privilegi.
A questa convergenza, in vista di un bene comune, si è ripetutamente appellato il Presidente della Repubblica e noi, richiamandoci alle sue parole, chiediamo a voi tutti, ognuno secondo le proprie responsabilità, di sollecitare e promuovere la formazione di una comune volontà riformatrice, capace di coraggiosi cambiamenti e innovazioni profonde. Appare ormai indispensabile, in una fase che è stata definita di ‘debolezza della politica’, che tutta la società civile si faccia carico dei cambiamenti necessari attraverso una più attiva partecipazione.
L’Italia è smarrita e angosciata per il proprio futuro, ma ha enormi risorse e grandi energie inespresse e quelle delle donne sono sicuramente tre le più salde seppure misconosciute.
E’ il momento del coraggio e della lungimiranza.

Il Comitato Promotore Se Non Ora Quando

giovedì 4 agosto 2011

Note sparse su Siena

di Elettra Deiana

Dunque, Snoq. “Se non ora, quando?” diventa un acronimo e sembra avere la dura risonanza di un’onomatopea di battaglia. Per il momento, però, da lì sembra nascere solo un movimento un po’ scontornato oppure un contenitore indefinito o forse anche un’ambigua tentazione di nuova rappresentanza femminile. O le tre cose insieme. Magari poi ci saranno anche battaglie o scaramucce. Dove? Per che cosa? Al momento non se ne avverte sentore né sentimento.
Il Palazzo Pubblico di Siena ospita le Allegorie del Buono e Cattivo Governo in Città e in Campagna. È il capolavoro del pittore trecentesco Ambrogio Lorenzetti, che riempì le scene senesi di figure femminili, allegorie di virtù ma anche donne di quel mondo, immerse operosamente nella quotidianità della vita cittadina.
Stando a Siena la suggestione del richiamo è forte.
E allora viene da chiedersi: “Che hanno a che vedere le donne col buon governo o con l’idea del governare, che dovrebbe, come è ovvio, venire prima del governo?” Certamente hanno molto a che vedere, al punto che la vera domanda dell’epoca che viviamo dovrebbe essere: “Se non le donne, chi?”. Una domanda del genere sposta il punto di vista del problema e libera le donne dalle strettoie della contingenza politica, per altro in via di esaurimento, dell’antiberlusconismo. “Se non ora, quando?” è infatti domanda che nasce da quella contingenza e a essa continuamente rimanda, nascondendo la questione oggi cruciale, su cui interrogarsi e interrogare: “In piena crisi dell’ordine dei padri, i cui effetti deprimenti sono davanti a tutti, che cosa impedisce alle donne di diventare protagoniste a tutto tondo della sfera pubblica, assumendosi piena e diretta responsabilità nella politica e mettendo mano alle scelte che contano?”
Snoq, invece. Nella due giorni di Siena, si sono evidenziati i molti limiti di conduzione politica e soprattutto di proposta politica di quella domanda e ciò si è avvertito in misura molto maggiore rispetto a quello che le piazze avevano messo in scena il 13 febbraio. A Siena il luogo dell’appuntamento era piccolo, ancorché affollato e di grande bellezza, mentre il luogo della regia – il palco col grande schermo alle spalle - era mediaticamente preponderante, esattamente al contrario di quanto avvenne 13 febbraio. In quella giornata d’inverno, così invasa e trasformata dal mondo delle donne in movimento, la piazza fu politicamente preponderante e diede il segno a tutto, andando oltre le intenzioni, i messaggi, il simbolico della dignità delle donne offesa, su cui le organizzatrici avevano intensamente lavorato con la conseguenza di suscitare non pochi risentimenti tra le donne, soprattutto le giovani. Risentimenti che la piazza ben rappresentò. Come dimenticare le “indecorose e libere”, e la baldanza della loro discesa nelle strade?
Nella due giorni senese è successo il contrario.
Il Campo di S. Agostino, a due passi della piazza del Campo, ha ospitato più o meno mille donne, venute da tutta Italia. Un successo di partecipazione, al di là delle aspettative, dicono le organizzatrici, una piccola grande folla di donne, nei fatti, che hanno seguito con attenzione il dibattito, entusiasmandosi per i passaggi che più le toccavano, manifestando il proprio disappunto quando ne sentivano la necessità, applaudendo, fischiando, bofonchiando. Susanna Camusso è stata applaudita calorosamente quando è intervenuta come dirigente sindacale di primo piano, dando mostra della sua innegabile grinta; ma, sia pure indirettamente, è stata anche criticata nell’applauso altrettanto caloroso destinato a una convegnista che le ha rivolto una dura critica per aver firmato l’accordo che ha firmato.
Si dà riconoscimento a una protagonista della vita pubblica – le donne sanno “riconoscere” le donne? – ma si esprime anche un punto di vista critico rispetto a lei – le donne pensano politicamente e dunque esprimono posizioni politiche diverse?
Una piazza viva, insomma, capace di vivere quelle giornate davvero “come assemblea partecipata e partecipante”, come succede spesso negli incontri politici delle donne.
Ma la vivacità ha prodotto più scena che altro.
Il dibattito era organizzato “orizzontalmente”: così hanno sottolineato dal palco. Quasi novanta interventi, si legge nei resoconti. Tre minuti a testa, tempo uguale per tutte, comprese le molte esponenti nazionali del Pd invitate a parlare, senza riscuotere grande successo, per altro. Facevano eccezione, ovviamente, le relatrici che hanno introdotto e concluso i lavori. Relazioni e conclusioni a più voci, di dieci minuti ciascuna. E poi altre donne che, sempre dal palco, dipanavano il filo della narrazione stando a quello che le organizzatrici avevano in testa.
Che dire di questa orizzontalità? Pratica innovativa? Fino a un certo punto, va detto con franchezza. Forse si tratterebbe davvero di un’innovazione se la questione fosse di decidere su cose su cui il dibattito è stato ampio e condiviso e non c’è nulla o c’è poco da aggiungere se non la decisione. O la puntualizzazione. Là invece la supposta orizzontalità accentuava soltanto il carattere di evento, di messa in scena di un progetto o di un’intenzione già altrove pensata e confezionata. I tre minuti di questa o quella non aggiungevano proprio nulla e assai poco chi interveniva poteva relazionarsi con quanto da altre detto. E se qualcuna immetteva nel dibattito qualcosa di non conforme con le proposte del gruppo nazionale, la regia dal palco interveniva per aggiustare il tiro, ricondurre nei binari, oppure semplicemente lasciando cadere il punto di vista difforme.
Il carattere di evento dell’appuntamento era anche accentuato dall’attenzione mediatica che lo circondava, dalla diffusa presenza di giornalisti, dalle dirette e tutto il resto. L’attenzione dei media è rara e avara, quando si tratta di iniziative di donne. A Siena è stata strabocchevole. Anche questo va detto e dice anche altro di quello che si è mosso intorno all’evento.
Tante donne di tutte le età, ma un prevalente di over cinquantenni con antica storia femminista: questa soprattutto la piazza di Siena. Gli abbracci e i saluti tra amiche di una vita si sono ripetuti accompagnando lo svolgersi dei lavori. C’erano anche giovani donne e ragazze ma non costituivano certo il segno prevalente dell’appuntamento. Per lo più poi destinate, le giovani che hanno preso la parola, a rappresentare le competenze femminili nel campo del web e della rete. Uno specifico insomma, più che una pienezza di ruolo politico, alimentato, come è per le giovani, dalla ricchezza performativa della rete.
Non a caso sono passate come acqua fresca le parole di una ragazza che con grande passione politica ha messo in discussione l’intreccio tra lavoro e maternità, uno dei punti forti della proposta di “Se non ora, quando?”. Nell’epoca della generazione “no future” – lei chiede - come stanno insieme nella realtà il lavoro, la maternità e la sessualità? E risponde: non stanno. Le sue parole, che mettono in scena con tutta evidenza una critica di fondo al punto centrale della proposta di Siena, cadono nel vuoto, non hanno seguito, non “fanno evento”. E sono invece uno dei punti su cui bisognerebbe davvero confrontarsi e su cui la domanda “Se non ora, quando?” potrebbe forse riacquistare pertinenza.
Punti di vista, tematiche, pratiche.
Tutto della due giorni di Siena ha parlato di un’impostazione già definita e conclusa, di tematiche individuate altrove, su cui non c’era spazio per discutere, di pratiche selettive e conformi all’obiettivo. Il che forse corrisponde a quello che di solito in politica tutti fanno. Chi ha l’idea la mette in campo, si va e si vedrà.
Forse tutto è legittimo, stando al meanstream della politica corrente. Forse.
Ma questa pratica non va proprio se l’idea è quella di rimettere in movimento donne che sono già in movimento. Da molto tempo, per altro, come vale sempre la pena di ricordare.

La dignità dei manichini viventi

La dignità dei manichini viventi
 di Lea Melandri
Manichini viventi alla COIN di Milano 
Da "Gli altri" del 22-7-2011
La vicenda che ha visto coinvolte la Filcams Cgil e la Camera del Lavoro di Milano, a proposito dell’iniziativa della Coin di mettere in vetrina ragazzi e ragazze per pubblicizzare prodotti da spiaggia, si può considerare emblematica delle implicazioni ambigue, contraddittorie, che si porta dietro, con evidente esitazione a nominarle, il movimento che da alcuni anni si batte contro la mercificazione del corpo delle donne.

La folta schiera di ragazze-immagine che popolano la televisione, la pubblicità, gli intrattenimenti degli uomini di potere, che altro sono se non “manichini viventi”, modelli di bellezza, oggetti scambiabili di uso e consumo, moneta incarnata di quel grande mercato che sta diventando la comunità umana? Così come si può vendere la propria forza lavoro, alienandosi nell’oggetto che si è prodotto a vantaggio di altri, allo stesso modo oggi è il corpo stesso a farsi “cosa”. Ma pur sempre di lavoro si tratta. Lo ha detto con molta chiarezza il portavoce dei giovani dipendenti della Coin in risposta al documento polemico della Cgil: “questo è un lavoro che ci gratifica, pagato regolarmente”. Per chi poteva sospettare che dietro i loro cartelli di protesta ci fosse “lo zampino dell’azienda”, c’è poi una aggiunta che mi sembra inequivocabile: “meglio qui che fare il muratore” (Repubblica, 17.7.2011).

A cancellare l’umiliazione dei corpi e l’offesa al decoro della persona interviene, inaspettata, la difesa della dignità del lavoro. Ma soprattutto colpisce e fa pensare il giudizio di un soggetto di cui non si era tenuto conto, inglobato da un meccanismo perverso di oggettivazione che lo avrebbe reso inesistente. Il “manichino” parla e costringe a chiedersi che cosa significa una “denuncia” che viene “doverosa” da un versante esterno alla sua consapevolezza, ai suoi desideri, alle sue scelte. L’idea rassicurante che lo vuole vittima suo malgrado di un potere manipolatore, appare estremamente debole quando chi decide di vendere la propria giovinezza e prestanza fisica dice di essersi lasciato alle spalle mestieri molto più faticosi e umilianti.

Nessuno nega il pesante condizionamento della cultura dominante, così ben descritta dall’ultimo Rapporto Censis (6 giugno 2011): crisi dell’autorità, pervasiva sregolatezza delle pulsioni, primato della coscienza individuale, bisogno di apparire, esaltazione narcisistica del modello estetico. Ma né le persone né i corpi sono tabulae rasae su cui la società imprime il suo marchio. Gli infiniti adattamenti a cui la storia costringe da sempre l’agire di uomini e donne presuppongono quel margine di libertà che rende comunque possibile il cambiamento. E’ in questo scarto che va a collocarsi la contraddittoria, ambigua emancipazione della donna e di tutto ciò che è stato identificato col femminile: corpo, sessualità, sentimenti, pulsioni, desideri. “La donna è soggetto solo se resta oggetto” – scrive Geneviève Fraisse (La differenza fra i sessi, Bollati Boringhieri 1996), con la lucida consapevolezza di chi sa che non basta certo la comparsa sulla scena pubblica, e nemmeno l’assunzione di potere, per cancellare i segni della “differenza” che ha fatto della donna un oggetto di scambio.

Di quale “dignità” ci stanno allora parlando ragazzi e ragazze accomunati dal desiderio di trarre gratificazioni e vantaggi economici dalla messa a frutto dei loro corpi? Scrivendo sui loro cartelli “anche il nostro è un lavoro”, dicono in sostanza che non si può ignorarli come persone, prescindere dalla loro scelta, per quanto discutibile, ridurli a materia passiva e inconsapevole di poteri manipolatori, che attende dall’esterno la sua salvezza. Forse si sarebbe potuto prevedere fin dagli anni ’70 che la riappropriazione di corpi, sessualità, sentimenti negati, non sarebbe stata automaticamente la loro liberazione dai modelli culturali che vi sono passati sopra e che ancora si fanno sentire come residuo di una preistoria mai tramontata. Non era difficile immaginare che il corpo, cadute le barriere che lo hanno messo al bando dalla polis e sottoposto al controllo violento delle sue leggi, si sarebbe preso la sua rivalsa giocando la carta del potere, reale o immaginario, che gli è stato attribuito: conservazione della vita, ma anche erotismo, seduzione, piacere estetico.

Se non vuole rischiare di apparire ideologico, o soltanto moralistico, alle generazioni cresciute all’insegna della libertà di mercato e del progressivo impoverimento di riflessione portata su di sé, anche il movimento SeNonOraQuando, che ha fatto della critica alla rappresentazione della donna nei media  la propria bandiera, non può limitarsi a pronunciamenti contro la mercificazione e il misconoscimento della donna come persona. Presenti quantitativamente come mai prima d’ora nella sfera pubblica,  le donne oggi parlano, scelgono, agiscono secondo logiche e orientamenti che possono dispiacerci, ma che chiedono, prima ancora che li si discuta e li si giudichi, di essere visti e ascoltati.


SE TUTTI GLI UOMINI DEL MONDO

SE TUTTI GLI UOMINI DEL MONDO
di Monica Lanfranco*

In un assolato pomeriggio estivo della ormai tropicale Torino, nella storica  Società di Mutuo soccorso d’ambo i sessi Edmondo De Amicis si discute a partire dal mio Letteralmente femminista.
Una donna che si occupa di ricollocazione lavorativa, quel retravaillet che un decennio fa sembrava solo roba da donne che tentavano, dopo la gravidanza, di rimettersi in lista per tornare nel mondo dell’occupazione fuori dalle mura domestiche, interviene.
“Certamente esiste il problema del lavoro femminile, della precarietà, e quello della violenza. Ma vorrei dirvi del problema maschile: nel mio ufficio cominciano ad arrivare, per ricollocarsi, molti uomini, e sono preoccupata di quello che vedo e sento. A differenza di ciò che fanno le donne, che cercano di adattarsi nelle pieghe della crisi, mantenendo comunque inalterata quella capacità di fare acrobazie tra lavoro casalingo, prole, e lavoro fuori, provando persino a ricavare spazi per sé e la socialità, gli uomini arrancano, non negoziano, si irrigidiscono, scoppiano.
E sembra che, ancora una volta, tocchi a noi farci carico anche della loro incapacità di cambiare, di mettere da parte l’orgoglio, di assumersi delle responsabilità da adulti,  di crescere”.

Ho ripensato a questa affermazione quando ho letto l’editoriale di Francesco Merlo su Repubblica, a proposito della seconda morte in auto di bambino dimenticato dal padre, intitolato: ”Perché mi sento vicino a quei papà”.
Avevo già sussultato, qualche giorno fa, alle parole della moglie incinta del primo padre che aveva abbandonato la figlia; la donna aveva difeso il marito, sostenendo che quell’uomo del quale si parlava come di un assassino non aveva colpa, che era un buon padre.
Mi ero soffermata, con la pelle d’oca e un senso infinito di angoscia, a pensare che non c’era altro modo per una donna di continuare a vivere con un uomo che di fatto ha ucciso la loro figlia, (da lei stessa partorita), soprattutto mentre nutre nella pancia un’altra creatura: l’unica strada per non impazzire era giustificare il suo compagno, continuando a credere in lui
e nella sua umanità, opponendo alla disperazione che nemmeno riesco a immaginare una immane forza di volontà di volontà e fiducia che, per me,  rasenta l’assurdo.
E possibile che sia più facile scrivere che ci si sente solidali con chi ha fallito, rispetto al sentirsi vicino a chi è vittima e senza colpa.
Merlo lo fa benissimo, praticando quel ‘partire da sé’ che quando è menzionato come uno dei doni del femminismo dalle donne  viene bollato come pratica non politicamente né socialmente rilevante.
Merlo dice che capisce quell’uomo, che definisce un padre che ha peccato per troppo amore, perchè anche lui, spesso, tenta di essere madre oltre che padre della sua prole, e viene colto dal complesso dell’ippocampo, “l’unico animale maschio che prende su di sé la gestazione e si occupa lui delle uova. Ma – continua Merlo- è appunto lì che sta in agguato la disgrazia,
nell’avere un cuore troppo grande e due occhi soltanto, nel volere fare quelle mille cose che mia zia ‘la signorina’ avrebbe commentato cosi: ‘mbriachi e picciriddi, centu occhi li devono guardare”.
E’ ben evidente che quegli occhi dei quali parla la zia signorina sono solo occhi di donne. E che gli uomini non sono capaci di quello sguardo circolare che invece si dà per scontato nelle donne, anche quelle più misere e di poca cultura.
Ma se le donne sono così capaci di sguardo circolare e di attenzione, perché sono gli uomini a continuare ad avere il potere, un potere così miope e limitato nello sguardo quando si tratta di tutelare il bene più prezioso?
Credo che non esistano verità facili da esibire di fronte alla morte così insensata di due creature, ma una domanda mi sento di porla: perché il comportamento irresponsabile da parte di un uomo e di un padre può raccogliere così tanta solidarietà da essere addirittura trasformato in un gesto d’amore? 
Se l’incapacità di un uomo, (e come sembra dall’articolo di Merlo di tutti gli uomini che si provano nella titanica impresa di essere padri), viene definita amore, perché allora non dire che evidentemente c’è un gravissimo problema che gli uomini hanno nell’affrontare la paternità, quella concreta, quella di tutti i giorni? Continuiamo a dare per scontato che la maternità
sia connaturata al femminile,  ma evidentemente la paternità è ancora ben lontana dall’essere considerata, anche da uomini colti e riflessivi, una condizione che il maschile può pensare come cosciente e possibile.
Al di là della cronaca tragica di questi giorni il tema è importante e ci riguarda come collettività di donne e uomini.
E’ padre non chi feconda con il suo seme una donna, ma un uomo che si assume la responsabilità per la vita della sua prole, come le donne fanno in miliardi nel mondo; chi viene cambiato nel profondo nel diventare tutore, guida, esempio e testimone della figlia e del figlio che la donna che lo accompagna ha generato.
Si potrebbe continuare con le descrizioni che raccontano la paternità, e che purtroppo non sono così frequenti e dettagliate come quelle che dicono il materno, perché l’amara verità è che oltre alla trita storia del ‘mammo’ non ci sono molte moderne narrazioni dell’amore e del ruolo paterno, al di là appunto della banalizzazioni.
Abbiamo alle spalle, e spesso ancora di fronte, le immagini dei padri padroni, ma possiamo davvero dire di avere  un’altra dimensione adulta di padri da presentare come altrettanto forte e definita? Gli uomini stanno provando a pensarsi e a dirsi anche padri, oltre a navigatori, santi, eroi, guerrieri, indefessi lavoratori?
Non ci può essere crisi economica, non ci può essere eccesso di impegni, non ci può essere alcuna sindrome di ippocampo a motivare una dimenticanza così atroce.
Dai tempi del mito di Ulisse è chiaro che il maschile non riesce ad accettare  il senso del limite delle proprie capacità e risorse: il mondo globale ne è prova, e non sarà io a dire che le donne non sono ampiamente conniventi con questo sfacelo. Grande è la anche la responsabilità di molte donne, anche e soprattutto di quelle che continuano a fare il lavoro degli uomini al posto loro, procrastinando così la presa di coscienza maschile autonoma. Sono uomini, che ci si può fare, alcune cose non sono per loro,
sembrano dire. E’ una profezia che si autoavvera: ed è così che i piccoli finiscono abbandonati in auto roventi.
Finchè gli uomini non faranno un passo indietro rispetto alla smania superegoica che li allontana dalla materialità della vita e finchè non si fermeranno a guardare i loro limiti, quelli del loro corpo e della loro forza non potranno né essere padri e  neppure solo uomini. Ingranaggi, forse. Dov’è l’amore in tutto questo?

*www.monicalanfranco.it
Lavoro sul linguaggio - Mercoledì 25 maggio 2011



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RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: CHI HA PAURA DELLA CULTURA FEMMINISTA?
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano (www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente articolo originariamente pubblicato nel quotidiano "Gli altri" del 13 maggio 2011.




In un articolo comparso il 20 aprile 2011 sul blog 27esimaora del corriere.it, dal titolo "Se non ora quando? (Ma il movimento e' vivo o morto?)", Luisa Pronzato scriveva: "Grande movimento di pensiero e discussione avevano, in quei giorni, riaperto l'attenzione sia sulle idee sia sulle questioni concrete: identita' femminile e maschile, tempo di vita, disoccupazione, carriere. Dopo la manifestazione e la mobilitazione che ha innescato, sara' impossibile rimettere sotto silenzio la questione uomo-donna".

A distanza di alcuni mesi dal 13 febbraio, dobbiamo purtroppo smentire una speranza che ogni volta si rinnova: che in questo paese qualcosa possa cambiare.
Se una ripresa di indignazione e di parola pubblica c'e' stata, non e' dai giornali e dalla televisione che ne abbiamo notizia ma dall'intensificarsi degli incontri, dall'aumento sorprendente delle candidature femminili nelle elezioni amministrative, dalle assemblee che si stanno tenendo in quasi tutte le citta', dal moltiplicarsi dei messaggi e contatti via internet.

Nel momento in cui scompaiono dalle piazze, e' come se le donne tornassero ad occupare il posto che e' stato assegnato loro per destino "naturale": fuori dalla polis, dai commerci sociali, culturali, politici, o presenti solo quando il privato degli uomini che la abitano da protagonisti fuoriesce inaspettatamente dal recinto domestico.

Perche', mi chiedeva giorni fa Rossana Rossanda in uno dei suoi rari ritorni in Italia, le donne oggi presenti in gran numero nella vita pubblica non riescono a cambiarla, perche' il femminismo non e' riuscito a generalizzare la sua cultura? E' la stessa domanda che ci fece alla fine degli anni '70 e che torna ancora oggi di sconfortante attualita'.

Sono tentata di elencare, come faccio ormai da tempo, le difficolta' e gli ostacoli, esterni ed interni, che ha incontrato il movimento delle donne:  la resistenza degli uomini ad abbandonare poteri e ruoli che considerano "connaturati" al loro sesso, e a cui fa da copertura piu' o meno consapevole la "neutralita'"; l'intuizione, sia pure oscura e tenuta timorosamente a bada dalla sinistra, che mettere a tema la questione uomo-donna, come ricordava Pietro Ingrao gia' trent'anni fa, "comporta affrontare punti di fondo dell'origine della societa' in generale, investire caratteri e dimensioni dello sviluppo, occupazione, qualita' e organizzazione del lavoro, fino allo stesso senso del lavoro; incidere sulle forme di riproduzione della societa', sul modo di concepire la sessualita', i rapporti di coppia, forme e natura dell'assistenza" (Rossana Rossanda, Le altre, Feltrinelli 1989).

E' questa "rivoluzione" dell'ordine esistente - e quindi non solo la lotta contro governi conservatori, politici corrotti e antidemocratici - che spaventa? Sono le angosce profonde, le insicurezze insopportabili di chi vede comparire nell'autonomia di pensiero delle donne lo spettro di una rimossa inermita' e dipendenza infantile dal corpo che l'ha generato? Qualunque siano le ragioni e le forme che ha preso nel tempo la misoginia maschile, diffusa a destra come a sinistra, tra politici e intellettuali, capitalisti e lavoratori, nativi e migranti, l'interrogativo che piu' inquieta resta quello che riguarda le donne stesse, la loro rabbiosa acquiescenza, l'adattamento a ruoli tradizionali di ancelle o cortigiane, il profluvio di discorsi lamentosi sui famigliari da accudire, sulle carriere interrotte, sui meriti calpestati, sul doppio e triplo fardello di chi si trova oggi a far da ponte tra privato e pubblico. Se la bonta' come virtu' ha perso smalto, non si puo' dire lo stesso per l'imperativo che vuole le donne "brave e belle".

Non e' forse questa l'immagine femminile che ci viene offerta indistintamente dagli schermi televisivi e dalla scena politica? Se non sono corpi-sfondo-cornice,  esposti come specchi per le allodole anche in trasmissioni di carattere culturale, sono le diligenti segretarie che filtrano le mail e a cui il conduttore rivolge di tanto in tanto paterni sguardi, chiamandole confidenzialmente per nome.
Oppure sono loro stesse conduttrici, preferibilmente di bella presenza, preparate, impeccabili, attente e pazienti nell'ascolto come nella mediazione, in quell'arena di oratori scalmanati che sono ormai i dibattiti televisivi.
Certo, non mancano eccezioni: a Rainews 24, alla 7, c'e' una buona alternanza di giornalisti e giornaliste; ci sono donne che hanno assunto ruoli di vertice in settori importanti dell'economia, del sindacato, della comunicazione. Non sono conquiste da sottovalutare, ma rientrano nell'ordine della tradizionale "questione femminile": le donne viste come una "minoranza" che si batte per diritti di parita' o riconoscimento di una "differenza" da tutelare o valorizzare; la loro condizione letta in chiave di ritardo o svantaggio da colmare.

Il traguardo raggiunto o da raggiungere resta "neutro", l'unita' di misura a cui adeguarsi e' quella dettata dal dominio secolare maschile e mai riconosciuta come tale.

Nella lettera al candidato sindaco, pubblicata prima che si tenessero le primarie a Milano, abbiamo scritto: "Il problema di questo paese non sono le donne, ma gli uomini e l'organizzazione culturale, politica, sociale ed economica che hanno messo in piedi". Con un'immagine un po' rozza, di tipo idraulico, aggiungevamo: se in casa c'e' una forte perdita d'acqua, non serve "tamponare le falle" ma "cambiare le tubature".
In altre parole, non si tratta di "dedicarsi alle donne", ma "scardinare sistemi obsoleti, riscrivere lo statuto di donne e uomini nella relazione tra loro".

Cio' significa che, se e' importante una presenza delle donne nei luoghi decisionali della sfera pubblica che renda giustizia del fatto che sono la meta' del genere umano, affinche' cadano la falsa neutralita' dell'organizzazione maschile del mondo e l'altrettanto falsa naturalita' dei ruoli femminili di madre e seduttrice, e' necessario che ci siano donne consapevoli di essere tali, portatrici di un punto di vista che assuma la questione uomo-donna per il peso che ha avuto e ha tutt'ora nella storia delle civilta'.
A quarant'anni dalla nascita del neofemminismo, che ha messo in discussione in modo radicale il modello maschile di societa' - a partire dalla divisione tra privato e pubblico, identificata col diverso destino di un sesso e dell'altro -, non si puo' dire che manchino una cultura e pratiche politiche portatrici di questa consapevolezza e responsabilita' nuove.

Quelle che Silvia Ballestra ha chiamato sprezzantemente "piccoli cenacoli autoreferenziali", residui di una "vecchia guardia" femminista preoccupata di mantenere la propria "egemonia" ("Lo straniero", aprile 2011), sono le centinaia di associazioni, gruppi, centri di documentazioni, biblioteche, librerie, case editrici, collettivi, case delle donne, centri antiviolenza, riviste, ecc., che hanno resistito finora all'arrogante messa sotto silenzio e marginalizzazione da parte della cultura dominante, custodi di un patrimonio di sapere che potrebbe dare  risposte adeguate agli interrogativi del presente: personalizzazione della politica, populismo, razzismo, omofobia, trionfo della merce, esaurimento delle risorse naturali, crisi di un modello di sviluppo. L'indignazione per le donne-oggetto, per lo scambio sesso-carriere, per la prostituzione trattata come opportunita' di emancipazione femminile, ha portato un milione di donne e uomini nelle piazze.

Come mai allora tanto silenzio sulla cancellazione dell'intelligenza che ha saputo negli anni costruire un'immagine del maschile e del femminile fuori dagli stereotipi di genere, un'idea di individuo "intero", ne' solo corpo ne' solo mente, la prospettiva di una collettivita' responsabile della conservazione della vita, di quello che e' rimasto finora destino di un sesso solo?
Non c'e' bisogno di richiamare l'attenzione, come abbiamo fatto tante volte, sui grandi eventi culturali - la Fiera del libro di Torino, il convegno annuale dei filosofi di Modena, ecc. - dove i libri e le riviste del femminismo sono pressoche' assenti. Basta sfogliare in un  giorno qualsiasi uno dei nostri maggiori quotidiani. Giovedi' 5 maggio, le pagine culturali di "Repubblica" affrontavano due temi di grande interesse: "Nemico. Quando l'altro e' simbolo del male", "La felicita' e' democrazia".
A parte gli autori degli articoli, tutti rigorosamente uomini, anche nella bibliografia annessa - una quarantina di titoli - nessun nome di donna. Nel suo delirante ma lucidissimo sessismo, Otto Weininger ebbe almeno il coraggio di scrivere che "si puo' ben pretendere l'equiparazione giuridica dell'uomo e della donna senza percio' credere nella loro eguaglianza morale e intellettuale".

Lea Melandri, nata nel 1941, acutissima intellettuale, fine saggista, redattrice della rivista "L'erba voglio" (1971-1975), direttrice della rivista "Lapis", e' impegnata nel movimento femminista e nella riflessione teorica delle donne. Tra le opere di Lea Melandri segnaliamo particolarmente L'infamia originaria, L'erba voglio, Milano 1977, Manifestolibri, Roma 1997; Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli, Milano 1988, Bollati Boringhieri, Torino 2002; Lo strabismo della memoria, La Tartaruga, Milano 1991; La mappa del cuore, Rubbettino, Soveria Mannelli 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996; Una visceralita' indicibile, Franco Angeli, Milano 2000; Le passioni del corpo, Bollati Boringhieri, Torino 2001; Amore e violenza, Bollati Boringhieri, Torino 2011. Dal sito www.universitadelledonne.it riprendiamo la seguente scheda: "Lea Melandri ha insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Attualmente tiene corsi presso l'Associazione per una Libera Universita' delle Donne di Milano, di cui e' stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987. E' stata redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista L'erba voglio (1971-1978), di cui ha curato l'antologia: L'erba voglio. Il desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998. Ha preso parte attiva al movimento delle donne negli anni '70 e di questa ricerca sulla problematica dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le pubblicazioni: L'infamia originaria, edizioni L'erba voglio 1977 (Manifestolibri 1997); Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli 1988 ( ristampato da Bollati Boringhieri, 2002); Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni 1991; La mappa del cuore, Rubbettino 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996; Una visceralita' indicibile. La pratica dell'inconscio nel movimento delle donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore 2000; Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati Boringhieri 2001. Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali: 'Ragazza In', 'Noi donne', 'Extra Manifesto', 'L'Unita''. Collaboratrice della rivista 'Carnet' e di altre testate, ha diretto, dal 1987 al 1997, la rivista 'Lapis. Percorsi della riflessione femminile', di cui ha curato, insieme ad altre, l'antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista, Manifestolibri 1998. Nel sito dell'Universita' delle donne scrive per le rubriche 'Pensiamoci' e 'Femminismi'"]







Adesione de "le donne del 13 febbraio Siena" allo sciopero nazionale indetto dalla CGIL il 6 maggio 2011. Queste le nostre parole alla manifestazione di Siena:





MANIFESTO DI RIVOLTA FEMMINILE

MANIFESTO DI RIVOLTA FEMMINILE
"Le donne saranno sempre divise le une dalle altre? Non formeranno mai. un corpo unico?" (Olympe de Gouges, 1791).
La donna non va definita in rapporto all'uomo.
Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà.
L'uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna.
La donna è l'altro rispetto all'uomo. L'uomo è l'altro rispetto alla donna. L'uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli.
Identificare la donna all'uomo significa annullare l'ultima via di liberazione. Liberarsi per la donna non vuoI dire accettare la stessa vita dell'uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell'esistenza.
La donna come soggetto non rifiuta l'uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto.
Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario.
Finora il mito della complementarietà è stato usato dall'uomo per giustificare il proprio potere.
Le donne sono persuase fin dall'infanzia a non prendere decisioni e a dipendere da persona "capace" e "responsabile": il padre, il marito, il fratello...
L'immagine femminile con cui l'uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione.
Verginità, castità, fedeltà, non sono virtù; ma vincoli per costruire e mantenere la famiglia.
L'onore ne è la conseguente codificazione repressiva.
Nel matrimonio la donna, privata del suo nome, perde la sua identità significando il passaggio di proprietà che è avvenuto tra il padre di lei e il marito.
Chi genera non ha la facoltà di attribuire ai figli il proprio nome: il diritto della donna è stato ambito da altri di cui è diventato il privilegio.
Ci costringono a rivendicare l'evidenza di un fatto naturale.
Riconosciamo nel matrimonio l'istituzione che ha subordinato la donna al destino maschile.
Siamo contro il matrimonio.
Il divorzio è un innesto di matrimoni da cui l'istituzione esce rafforzata.
La trasmissione della vita, il rispetto della vita, il senso della vita sono esperienza intensa della donna e valori che lei rivendica.
Il primo elemento di rancore della donna verso la società sta nell'essere costretta ad affrontare la maternità come un aut-aut.
Denunciamo lo snaturamento di una maternità pagata al prezzo dell'esclusione.
La negazione della libertà d'aborto rientra nel veto globale che viene fatto all'autonomia della donna.
Non vogliamo pensare alla maternità tutta la vita e continuare a essere inconsci strumenti del potere patriarcale.
La donna è stufa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante.
In una libertà che si sente di affrontare, la donna libera anche il figlio e il figlio è l'umanità.
In tutte le forme di convivenza, alimentare, pulire, accudire e ogni momento del vivere quotidiano devono essere gesti reciproci.
Per educazione e per mimesi l'uomo e la donna sono già nei ruoli nella primissima infanzia.
Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie, perchè attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico), hanno costretto l'umanità a una condizione inautentica, oppressa e consenziente.
Dietro ogni ideologia noi intravediamo la gerarchia dei sessi. Non vogliamo d'ora in poi tra noi e il mondo nessuno schermo.
Il femminismo è stato il primo momento politico di critica storica alla famiglia e alla società.
Unifichiamo le situazioni e gli episodi dell'esperienza storica femminista: in essa la donna si è manifestata interrompendo per la prima volta il monologo della civiltà patriarcale.
Noi identifichiamo nel lavoro domestico non retribuito la prestazione che permette al capitalismo, privato e di stato, di sussistere.
Permetteremo quello che di continuo si ripete al termine di ogni rivoluzione popolare quando la donna, che ha combattuto insieme con gli altri, si trova messa da parte con tutti i suoi problemi?
Detestiamo i meccanismi della competitività e il ricatto che viene esercitato nel mondo dalla egemonia dell'efficienza.
Noi vogliamo mettere la nostra capacità lavorativa a disposizione di una società che ne sia immunizzata.
La guerra è stata da sempre l'attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile.
La parità di retribuzione è un nostro diritto, ma la nostra oppressione è un'altra cosa.
Ci basta la parità salariale quando abbiamo già sulle spalle ore di lavoro domestico?
Riesaminiamo gli apporti creativi della donna alla comunità e sfatiamo il mito della sua laboriosità sussidiaria.
Dare alto valore ai momenti "improduttivi" è un'estensione di vita proposta dalla donna.
Chi ha il potere afferma: "Fa parte dell'erotismo amare un essere inferiore". Mantenere lo status quo è dunque un suo atto di amore.
Accogliamo la libera sessualità in tutte le sue forme, perchè abbiamo smesso di considerare la frigidità un' alternativa onorevole.
Continuare a regolamentare la vita fra i sessi è una necessità del potere; l'unica scelta soddisfacente è un rapporto libero.
Sono un diritto dei bambini e degli adolescenti la curiosità e i giochi sessuali.
Abbiamo guardato per 4.000 anni: adesso abbiamo visto!
Alle nostre spalle sta l'apoteosi della millenaria supremazia maschile.
Le religioni istituzionalizzate ne sono state il più fermo piedistallo.
E il concetto di "genio" ne ha costituito l'irraggiungibile gradino.
La donna ha avuto l'esperienza di vedere ogni giorno distrutto quello che faceva.
Consideriamo incompleta una storia che si è costituita sulle tracce non deperibili.
Nulla o male è stato tramandato della presenza della donna: sta a noi riscoprirla per sapere la verità.
La civiltà ci ha definite inferiori, la Chiesa ci ha chiamate sesso, la psicanalisi ci ha tradite, il marxismo ci ha vendute alla rivoluzione ipotetica. Chiediamo referenze di millenni di pensiero filosofico che ha teorizzato l'inferiorità della donna.
Della grande umiliazione che il mondo patriarcale ci ha imposto noi consideriamo responsabili i sistematici del pensiero: essi hanno mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo per la riproduzione della umanità, legame con la divinità o soglia del mondo animale; sfera privata e pietas.
Hanno giustificato nella metafisica ciò che era ingiusto e atroce nella vita della donna.
Sputiamo su Hegel.
La dialettica servo-padrone è una regolazione di conti tra collettivi di uomini: essa non prevede la liberazione della donna, il grande oppresso della civiltà patriarcale.
La lotta di classe, come teoria rivoluzionaria sviluppata dalla dialettica servo-padrone, ugualmente esclude la donna.
Noi rimettiamo in discussione il socialismo e la dittatura del proletariato. Non riconoscendosi nella cultura maschile, la donna le toglie l'illusione dell'universalità.
L'uomo ha sempre parlato a nome del genere umano, ma metà della popolazione terrestre lo accusa ora di aver sublimato una mutilazione.
La forza dell'uomo è nel suo identificarsi con la cultura, la nostra nel rifiutarla.
Dopo questo atto di coscienza l'uomo sarà distinto dalla donna e dovrà ascoltare da lei tutto quello che la concerne.
Non salterà il mondo se l'uomo non avrà più l'equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione.
Nella cocente realtà di un universo che non ha mai svelato i suoi segreti, noi togliamo molto del credito dato agli accanimenti della cultura.
Vogliamo essere all'altezza di un universo senza risposte.
Noi cerchiamo l'autenticità del gesto di rivolta e non la sacrificheremo né all'organizzazione né al proselitismo.
Comunichiamo solo con donne.
Roma, luglio 1970. RIVOLTA FEMMINILE
Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di rivolta femminile 1,2,3, Milano, Rivolta Femminile,1974

EVE ENSLER: ALL'EUROPA INTERESSANO LE DONNE?

EVE ENSLER: ALL'EUROPA INTERESSANO LE DONNE?



Eve Ensler, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice e regista, docente universitaria, attivista per i diritti delle donne, fondatrice e direttrice artistica di "V-Day", movimento globale che combatte la violenza alle donne e alle bambine, vive a New York. Tra le opere di Eve Ensler: I monologhi della vagina, Marco Tropea Editore, Milano 2000; "V-Day", il movimento internazionale contro la violenza su donne e bambine, di cui Eve Ensler e' fondatrice, dal 1999 ad oggi ha raccolto oltre 60 milioni di dollari e finanziato piu' di 10.000 rifugi e programmi antiviolenza (per informazioni: www.vday.org)]

Mentre il cambiamento politico si diffonde attraverso il Medioriente, e dopo la celebrazione del centesimo anniversario del Giorno Internazionale della Donna il mese scorso, io ho passato un bel po' di tempo riflettendo ed apprezzando il ruolo eroico e cruciale delle donne attiviste di base in tutto il mondo. Ho riflettuto su come hanno lavorato instancabilmente e spesso sotto attacco per contrastare violenza ed ingiustizia, per fornire servizi ove i governi omettono di farlo, e per chiedere trasparenza e fine dell'impunita'.
In Europa, come in altre parti del mondo, e' grazie a costoro che la violenza contro le donne e' diventata una questione riconosciuta dai governi e dai politici. Con risorse risicate queste donne gestiscono rifugi, provvedono sostegno medico d'emergenza alle sopravvissute che fuggono da chi abusa di loro, chiedono politiche adeguate, forniscono consigli legali, insegnano autodifesa a donne e ragazze, suscitano consapevolezza su soggetti considerati tabu', ed aiutano donne e bambine/i a raccogliere i pezzi delle loro vite dopo che queste ultime sono state frantumate, a livello emotivo ed economico. E' grazie al loro coraggio ed alla loro perseveranza che un marito non ha piu' il diritto di stuprare la moglie, e che le molestie sessuali in ufficio non sono piu' uno sport legittimo.
Ad una prima occhiata, puo' sembrare che la politica in Europa abbia cominciato a considerare seriamente le richieste delle attiviste di base.
Dal Consiglio d'Europa, i cui membri spaziano dall'Irlanda alla Russia, e' stato redatto il primo strumento internazionale legalmente vincolante diretto a contrastare la violenza contro le donne. L'Unione Europea (27 membri) ha pure preso molteplici impegni per mettere fine alla violenza contro le donne, incluse le Risoluzioni del Parlamento europeo che chiedono una direttiva legalmente vincolante: la piu' recente di tali Risoluzioni e' stata adottata il 5 aprile 2011. Gli stati membri dell'Unione Europea hanno fatto eco a questo richiamo e richiesto alla Commissione Europea di trovare una strategia europea, di creare un Osservatorio sulla violenza contro le donne e di migliorarne la prevenzione; l'anno scorso, la Commissione Europea ha dichiarato una strategia ed un piano d'azione per combattere la violenza contro le donne.
Ma cosa ha prodotto tutto questo? Ad oggi, la Commissione Europea non ha adempiuto alla maggior parte dei suoi impegni e dei suoi obblighi, mentre al Consiglio d'Europa, nelle ultime fasi prima dell'adozione della "Convenzione sulla prevenzione ed il contrasto alla violenza contro le donne ed alla violenza domestica" alcuni paesi, inclusi la Gran Bretagna e la Russia, stanno facendo ogni sforzo per togliere dalla bozza di trattato i finanziamenti chiave.
E' possibile che nel 2011 siamo ancora qui a lottare per i piu' ovvi e basilari diritti delle donne? E' possibile che i decisori europei non abbiano alcun reale interesse a proteggere e rafforzare le donne? Qualcuno ha detto che il lassismo e la mancanza d'azione vengono dal convincimento che la violenza contro le donne non sia un'istanza urgente in Europa, o che la volonta' degli stati membri di dar priorita' ad altro e' semplicemente il riflesso del fatto che ci sono questioni piu' importanti. Questa idea e' assurda. Date solo un'occhiata ai fatti e ditemi se la violenza contro le donne non e' una faccenda urgente:
- includendo nella lista tutte le forme di violenza contro le donne, si stima che il 45% delle europee sono state soggette alla violenza maschile almeno una volta durante la loro vita;
- in Francia, ogni tre giorni una donna muore uccisa dal partner o dall'ex partner; in Gran Bretagna, ne muoiono due a settimana;
- una studentessa universitaria inglese su quattro ha subito un'esperienza sessuale non desiderata all'universita' o alle scuola superiore;
- fra il 40 ed il 50% delle donne europee hanno sperimentato molestie sessuali sul luogo di lavoro;
- il 79% delle vittime del traffico di esseri umani sono trafficate a scopo di sfruttamento sessuale; piu' dell'80% di esse sono femmine;
- mezzo milione di donne e bambine nell'Unione Europea vivono con i genitali mutilati;
- nell'area coperta dal Consiglio d'Europa, il costo annuale totale della violenza domestica e' di circa 33 miliardi di euro.
Per mettere tempo e danaro nella prevenzione e nelle misure per dare sicurezza a donne e ragazze, il momento e' ora. Se i governi europei sono seri nell'occuparsi di meta' delle loro popolazioni, l'adozione di una significativa Convenzione del Consiglio d'Europa e di una direttiva legalmente vincolante da parte dell'Unione Europea non dovrebbero essere cosi' difficili. La Risoluzione piu' recente del Parlamento europeo in merito alla violenza contro le donne fornisce la cornice per questo. Il dibattito che ha condotto alla sua adozione, fra i commenti decisamente inappropriati del Presidente, ha indicato il bisogno urgente di una delle misure che la Risoluzione chiede: lavorare contro "gli stereotipi e le credenze socialmente determinate che contribuiscono a perpetuare le condizioni che creano la violenza di genere e l'accettazione della stessa".
L'Unione Europea presto prendera' decisioni sul suo bilancio pluriennale dal 2013 in avanti. Che le spese siano "sensate" e' "l'ordine del giorno" per tutti. Uno studio recente ha rivelato che solo il costo della violenza relativa ai partner intimi, nell'Unione Europa, e' di circa 16 miliardi di euro l'anno. Cio' significa che ogni mezz'ora un milione di euro va perso perche' niente viene fatto per prevenire l'abuso delle donne da parte dei loro partner. Lo stesso studio mostra che se i fondi per la prevenzione di questa violenza fossero aumentati di un solo euro, ne salverebbero 87 sui costi. Incrementare i fondi per la prevenzione sarebbe una "spesa sensata", non e' vero?
Al momento le attiviste di V-Day stanno organizzando eventi in circa venti paesi europei (piu' di cento localita') per aumentare la consapevolezza e raccogliere fondi per le organizzazioni di base che lavorano per mettere fine alla violenza contro le donne. La Commissaria europea Reding conosce il potere dell'attivismo di base di V-Day: lei stessa ne fece parte nel 2004, quando sali' sul palco per partecipare alla rappresentazione di beneficenza de "I monologhi della vagina" nel suo paese, il Lussemburgo. L'attivismo di base copre alcuni dei buchi che attualmente esistono sia nella prevenzione sia nella fornitura di servizi, ma i decisori politici in Europa devono rendere lo stop alla violenza contro donne e bambine una priorita' reale.
Come le migliaia di donne che ho incontrato negli oltre sessanta paesi in cui ho viaggiato negli ultimi quindici anni, le donne europee sanno esattamente di cosa hanno bisogno e sanno esattamente come rispondere alle loro particolari necessita' all'interno delle loro particolari circostanze. Sta ai leader politici ascoltarle, e poi provvedere con cura piattaforme e vie che siano loro utili a dirigere i loro propri destini.
11 marzo 2011

L’unanimità è una trappola
Alessandra Di Pietro

Tra le conseguenze politiche del 13 febbraio e dell’8 marzo c’è l’acquisizione defi nitiva che nel movimento delle donne l’unanimità non è necessaria all’azione. Darsi come obiettivo “essere tutte d’accordo” (su un appello, uno slogan, un flashmob) pretende una continua mediazione (quasi sempre) al ribasso che lima gli eccessi, allinea gli estremismi, ammorbidisce le convinzioni, spegne lo spirito critico, crea insomma una orizzontalità che fa male alla vitalità, al dinamismo e alla creatività.

La ricerca della concordia è spesso una trappola che fa disperdere tempo senza far accrescere partecipazione ed entusiasmo, anzi dividendo e frammentando: dunque esaltare l’esigenza dell’accordo totale senza se e senza ma è utile solo a chi vuole indebolire la forza delle donne. Esserci e dappertutto, da sola o con il proprio gruppo, ognuna con il suo pensiero osservando con sincero interesse e curiosità quel che hanno da dire le altre, è possibile, anzi è da incoraggiare.

Dalla gabbia politica e mediatica della consonanza siamo riuscite a sfuggire in questo otto marzo (con manifestazioni grandi, piccole e talune minuscole, ma presenti) e durante la preparazione della manifestazione di febbraio.

Prima del 13, a molte/i il serrato ragionare su corpi e cervelli in vendita, l’insistenza su chi compra più che su chi vende, i posizionamenti politici pro o contro Berlusconi, indignarsi o mettersi al riparo dal moralismo sotto ombrello rosso, sono parse critiche pretestuose, finezze da intellettuali annoiate, snobismi culturali e invece siccome erano interventi politici appassionati e intelligenti hanno allargato la piazza e permesso che nello stesso momento Giulia Bongiorno intervenisse dal palco mentre avveniva lo straordinario flashmob di 200 donne a Montecitorio.

Questa energia disordinata, confusa, contraddittoria che si riversa per le strade ha spesso una matrice antiberlusconiana, ma non è l’unica. Le manifestanti segnano una presenza sul territorio ciascuna con una propria chiave di originalità nella forma nella sostanza (il precariato, la salute, l’ambiente, la sorellanza con le immigrate, alcune hanno convocato manifestazioni con i bambini altre rifiutano di esaltare la funzione riproduttiva etc…,  c’è musica, teatro, poesia) ed è questo il processo da sostenere: esaltare l’entusiasmo di esserci, crearsi un’anima politica, volere lo scambio, persino lo scontro, inventarsi un pensiero, dargli forma, essere contente che l’altra non la pensi come noi e sperare che ne sappia di più e pure di meglio.

Per andare avanti nella crescita del movimento serve di volersi conoscere perché quel che l’altra vuole dirmi viene da un’esperienza e ha un valore.
Il femminismo è per me innanzitutto una autentica attenzione per le donne, il loro pensiero, le loro azioni e le loro relazioni, non può fermarsi davanti all’etichetta di appartenenza fissata con criteri della politica maschile. In questo senso non intendo promuovere una trasversalità acritica, ma neanche sostenere un pregiudizio.

E’ certo che per mettere in scena azioni (pre)potenti serve mettersi d’accordo su un obiettivo – scendere in piazza per esempio – ma che siano minimi e invece sia massimo lo spazio del confronto e della diversità senza asservimento a partiti, segretari di partito, testate giornalistiche, televisive, partiti, regine della doppia militanza (ancora!).

Credo sia l’unica via possibile per fare crescere e/o dare spazio a un ricchissimo soggetto politico diffuso che coltivi orgoglio della differenza (tra noi donne), autonomia di pensiero e di comunicazione per poter, in caso, contrattare con il sistema tradizionale senza ridursi a truppe ausiliare di una politica stanca e incapace.

Pubblicato da Gli altri del 11 marzo 2011





Volantini della manifestazione dell'8 marzo organizzata da "le donne del 13 febbraio Siena" in piazza Salimbeni






 






  




Volantino "Se non ora quando?" della manifestazione del 13 febbraio 2011 di Siena



martedì 2 agosto 2011

Note sparse su Siena

di Elettra Deiana

Dunque, Snoq. “Se non ora, quando?” diventa un acronimo e sembra avere la dura risonanza di un’onomatopea di battaglia. Per il momento, però, da lì sembra nascere solo un movimento un po’ scontornato oppure un contenitore indefinito o forse anche un’ambigua tentazione di nuova rappresentanza femminile. O le tre cose insieme. Magari poi ci saranno anche battaglie o scaramucce. Dove? Per che cosa? Al momento non se ne avverte sentore né sentimento.
Il Palazzo Pubblico di Siena ospita le Allegorie del Buono e Cattivo Governo in Città e in Campagna. È il capolavoro del pittore trecentesco Ambrogio Lorenzetti, che riempì le scene senesi di figure femminili, allegorie di virtù ma anche donne di quel mondo, immerse operosamente nella quotidianità della vita cittadina.
Stando a Siena la suggestione del richiamo è forte.
E allora viene da chiedersi: “Che hanno a che vedere le donne col buon governo o con l’idea del governare, che dovrebbe, come è ovvio, venire prima del governo?” Certamente hanno molto a che vedere, al punto che la vera domanda dell’epoca che viviamo dovrebbe essere: “Se non le donne, chi?”. Una domanda del genere sposta il punto di vista del problema e libera le donne dalle strettoie della contingenza politica, per altro in via di esaurimento, dell’antiberlusconismo. “Se non ora, quando?” è infatti domanda che nasce da quella contingenza e a essa continuamente rimanda, nascondendo la questione oggi cruciale, su cui interrogarsi e interrogare: “In piena crisi dell’ordine dei padri, i cui effetti deprimenti sono davanti a tutti, che cosa impedisce alle donne di diventare protagoniste a tutto tondo della sfera pubblica, assumendosi piena e diretta responsabilità nella politica e mettendo mano alle scelte che contano?”
Snoq, invece. Nella due giorni di Siena, si sono evidenziati i molti limiti di conduzione politica e soprattutto di proposta politica di quella domanda e ciò si è avvertito in misura molto maggiore rispetto a quello che le piazze avevano messo in scena il 13 febbraio. A Siena il luogo dell’appuntamento era piccolo, ancorché affollato e di grande bellezza, mentre il luogo della regia – il palco col grande schermo alle spalle - era mediaticamente preponderante, esattamente al contrario di quanto avvenne 13 febbraio. In quella giornata d’inverno, così invasa e trasformata dal mondo delle donne in movimento, la piazza fu politicamente preponderante e diede il segno a tutto, andando oltre le intenzioni, i messaggi, il simbolico della dignità delle donne offesa, su cui le organizzatrici avevano intensamente lavorato con la conseguenza di suscitare non pochi risentimenti tra le donne, soprattutto le giovani. Risentimenti che la piazza ben rappresentò. Come dimenticare le “indecorose e libere”, e la baldanza della loro discesa nelle strade?
Nella due giorni senese è successo il contrario.
Il Campo di S. Agostino, a due passi della piazza del Campo, ha ospitato più o meno mille donne, venute da tutta Italia. Un successo di partecipazione, al di là delle aspettative, dicono le organizzatrici, una piccola grande folla di donne, nei fatti, che hanno seguito con attenzione il dibattito, entusiasmandosi per i passaggi che più le toccavano, manifestando il proprio disappunto quando ne sentivano la necessità, applaudendo, fischiando, bofonchiando. Susanna Camusso è stata applaudita calorosamente quando è intervenuta come dirigente sindacale di primo piano, dando mostra della sua innegabile grinta; ma, sia pure indirettamente, è stata anche criticata nell’applauso altrettanto caloroso destinato a una convegnista che le ha rivolto una dura critica per aver firmato l’accordo che ha firmato.
Si dà riconoscimento a una protagonista della vita pubblica – le donne sanno “riconoscere” le donne? – ma si esprime anche un punto di vista critico rispetto a lei – le donne pensano politicamente e dunque esprimono posizioni politiche diverse?
Una piazza viva, insomma, capace di vivere quelle giornate davvero “come assemblea partecipata e partecipante”, come succede spesso negli incontri politici delle donne.
Ma la vivacità ha prodotto più scena che altro.
Il dibattito era organizzato “orizzontalmente”: così hanno sottolineato dal palco. Quasi novanta interventi, si legge nei resoconti. Tre minuti a testa, tempo uguale per tutte, comprese le molte esponenti nazionali del Pd invitate a parlare, senza riscuotere grande successo, per altro. Facevano eccezione, ovviamente, le relatrici che hanno introdotto e concluso i lavori. Relazioni e conclusioni a più voci, di dieci minuti ciascuna. E poi altre donne che, sempre dal palco, dipanavano il filo della narrazione stando a quello che le organizzatrici avevano in testa.
Che dire di questa orizzontalità? Pratica innovativa? Fino a un certo punto, va detto con franchezza. Forse si tratterebbe davvero di un’innovazione se la questione fosse di decidere su cose su cui il dibattito è stato ampio e condiviso e non c’è nulla o c’è poco da aggiungere se non la decisione. O la puntualizzazione. Là invece la supposta orizzontalità accentuava soltanto il carattere di evento, di messa in scena di un progetto o di un’intenzione già altrove pensata e confezionata. I tre minuti di questa o quella non aggiungevano proprio nulla e assai poco chi interveniva poteva relazionarsi con quanto da altre detto. E se qualcuna immetteva nel dibattito qualcosa di non conforme con le proposte del gruppo nazionale, la regia dal palco interveniva per aggiustare il tiro, ricondurre nei binari, oppure semplicemente lasciando cadere il punto di vista difforme.
Il carattere di evento dell’appuntamento era anche accentuato dall’attenzione mediatica che lo circondava, dalla diffusa presenza di giornalisti, dalle dirette e tutto il resto. L’attenzione dei media è rara e avara, quando si tratta di iniziative di donne. A Siena è stata strabocchevole. Anche questo va detto e dice anche altro di quello che si è mosso intorno all’evento.
Tante donne di tutte le età, ma un prevalente di over cinquantenni con antica storia femminista: questa soprattutto la piazza di Siena. Gli abbracci e i saluti tra amiche di una vita si sono ripetuti accompagnando lo svolgersi dei lavori. C’erano anche giovani donne e ragazze ma non costituivano certo il segno prevalente dell’appuntamento. Per lo più poi destinate, le giovani che hanno preso la parola, a rappresentare le competenze femminili nel campo del web e della rete. Uno specifico insomma, più che una pienezza di ruolo politico, alimentato, come è per le giovani, dalla ricchezza performativa della rete.
Non a caso sono passate come acqua fresca le parole di una ragazza che con grande passione politica ha messo in discussione l’intreccio tra lavoro e maternità, uno dei punti forti della proposta di “Se non ora, quando?”. Nell’epoca della generazione “no future” – lei chiede - come stanno insieme nella realtà il lavoro, la maternità e la sessualità? E risponde: non stanno. Le sue parole, che mettono in scena con tutta evidenza una critica di fondo al punto centrale della proposta di Siena, cadono nel vuoto, non hanno seguito, non “fanno evento”. E sono invece uno dei punti su cui bisognerebbe davvero confrontarsi e su cui la domanda “Se non ora, quando?” potrebbe forse riacquistare pertinenza.
Punti di vista, tematiche, pratiche.
Tutto della due giorni di Siena ha parlato di un’impostazione già definita e conclusa, di tematiche individuate altrove, su cui non c’era spazio per discutere, di pratiche selettive e conformi all’obiettivo. Il che forse corrisponde a quello che di solito in politica tutti fanno. Chi ha l’idea la mette in campo, si va e si vedrà.
Forse tutto è legittimo, stando al meanstream della politica corrente. Forse.
Ma questa pratica non va proprio se l’idea è quella di rimettere in movimento donne che sono già in movimento. Da molto tempo, per altro, come vale sempre la pena di ricordare.